Cosa hanno in comune i genitori iperprotettivi e i capi che rifanno il lavoro al posto loro — come restituire la fiducia di cui hanno bisogno per crescere
C’è un’osservazione, nella letteratura sulla resilienza nei bambini, che vale la pena portare fuori dall’aula scolastica: proteggere troppo qualcuno da un errore, anche con le migliori intenzioni, può togliergli proprio la possibilità di imparare a gestirlo.
Cosa dice la ricerca
Negli ultimi decenni, diversi studiosi hanno documentato un cambiamento profondo nelle pratiche genitoriali nei paesi occidentali: la crescita di quello che viene chiamato overparenting, o iperprotezione genitoriale. Bambini che un tempo attraversavano la strada da soli, andavano al negozio, gestivano piccole commissioni di quartiere, oggi raramente vengono lasciati fare altrettanto — non perché i genitori si curino meno di loro, ma perché se ne curano, paradossalmente, troppo da vicino.
La ricerca individua più cause concomitanti: una percezione diffusa, alimentata anche dalla cronaca, che il mondo sia diventato più pericoloso; il cambiamento delle strutture familiari e di vicinato, con una minore fiducia reciproca tra famiglie rispetto al passato; e un desiderio comprensibile di controllare ciò che, in un contesto sociale percepito come meno stabile, sembra ancora controllabile — a partire dai propri figli.
L’effetto collaterale, però, è documentato con altrettanta chiarezza: quando un’attività viene sistematicamente sottratta a un bambino — anche solo i compiti di scuola, fatti da un genitore “per risparmiargli lo stress” — il bambino non sviluppa i meccanismi di gestione della difficoltà, ma una forma di impotenza appresa. Si abitua a pensare che, di fronte a un ostacolo, qualcun altro interverrà.
La riflessione di Resilienza X
Qui vale la pena fare un passo che la fonte non compie esplicitamente, ma che la sua stessa logica suggerisce con forza: lo stesso meccanismo, identico nella struttura, si osserva fuori dall’infanzia, in uno dei contesti più studiati dell’età adulta — il lavoro.
Un responsabile che riceve un report con qualche imperfezione e, invece di restituirlo con indicazioni su cosa correggere, lo riscrive lui stesso “perché è più veloce”, sta facendo esattamente quello che fa un genitore che finisce i compiti al posto del figlio. L’intenzione è la stessa: risparmiare tempo, evitare un disagio, ottenere un risultato migliore nell’immediato. L’effetto, sul lungo periodo, è anche lo stesso: la persona a cui quel compito è stato sottratto non impara a fare meglio la prossima volta, impara che non serve provarci fino in fondo, perché tanto qualcun altro sistemerà.
Non è un caso isolato di cattiva gestione. È un pattern relazionale che si ripete ogni volta che, per affetto o per fretta, si sceglie di proteggere qualcuno sostituendosi a lui, invece di accompagnarlo mentre affronta la difficoltà da solo.
Esempi concreti
Un genitore che non lascia più il figlio undicenne andare a comprare il pane da solo, per timore che possa succedergli qualcosa lungo il tragitto di duecento metri, gli toglie una delle prime occasioni di sentirsi competente in autonomia. Un insegnante che corregge ogni errore prima ancora che lo studente lo trovi da sé, gli toglie l’occasione di sviluppare lo sguardo critico necessario a correggersi in futuro. Un capo squadra che, durante una partita difficile, dà istruzioni su ogni singola azione invece di lasciare che i giocatori trovino soluzioni autonome, forma atleti dipendenti dalla sua voce, non capaci di leggere il gioco da soli. In tutti questi casi, chi protegge ha le migliori intenzioni. Chi viene protetto, però, resta un passo indietro rispetto a dove potrebbe arrivare.
Applicazioni pratiche
Il primo passo, sia in famiglia sia in un team, è fare una lista onesta: quali compiti vengono oggi sistematicamente “rifatti” al posto di qualcun altro? Non si tratta di smettere di aiutare, ma di distinguere tra un aiuto che accompagna e una sostituzione che impedisce di imparare.
Il secondo passo è definire, insieme alla persona coinvolta, un margine di errore controllato: cosa può andare storto, in quel compito specifico, senza conseguenze gravi? Quel margine è lo spazio in cui la persona può provare, sbagliare e correggersi, sapendo che le conseguenze di un errore in quello spazio sono recuperabili.
Il terzo passo è resistere alla tentazione di intervenire troppo presto. Dopo che la persona ha provato — che si tratti di un bambino tornato dal negozio con il resto sbagliato o di un collaboratore che ha consegnato un report imperfetto — vale la pena dedicare qualche minuto a chiedere cosa ha imparato, prima ancora di dire cosa si sarebbe potuto fare meglio.
Una conclusione aperta
Forse la domanda più utile, sia per un genitore sia per un leader, non è “come posso evitare che sbagli?”, ma “qual è il margine di errore che posso permettergli, in modo che imparare costi poco e valga molto?”. È una domanda che richiede di tollerare un disagio nell’immediato — vedere qualcuno faticare, magari sbagliare — in cambio di qualcosa di più solido nel tempo: una persona che, la prossima volta, sa di potercela fare da sola.
